Giovanni Palatucci: il confronto con la storia
Marco Coslovich, insegnante, studioso e ricercatore di storia contemporanea, ha pubblicato tre libri sui Lager nazisti ed ha scritto molteplici saggi di storia su riviste specializzate, inerenti i temi della memoria e della storia, della violenza dei totalitarismi, delle persecuzioni antiebraiche e del Regime fascista.
Giornalista pubblicista, è intervenuto sull'Unità, Il Manifesto, Diario, il Piccolo.
In qualità di Presidente dell'Associazione “Prospettive storiche”, dirige il progetto “L'ultimo appello”, volto a realizzare un archivio video sulle testimonianze degli ex-deportati sopravvissuti ai regimi fascista, nazista e comunista.
Ha pubblicato un libro di storia comparata sulle memorie divise con il titolo: Nemici per la pelle ed ha curato il libro di memorie di Nora Pincherle Come amare le viole del pensiero?-Dio non c'era a Ravensbruk. Più recentemente ha pubblicato un libro su Giovanni Palatucci resosi protagonista del salvataggio di diversi ebrei durante le persecuzioni razziali. Il saggio mette in dubbio la vastità dell'azione salvifica di Palatucci eprendo uno squarcio critico su quella che è stata definita dalla storigrafia "la fabbrica dei santi". Ha inoltre realizzato assieme ad Ennio Guerrato il documentario “Il tramonto di Spartaco” sul sistema concentrazionario nazista e della ex-Jugoslavia comunista.
Per una biografia completa di Marco Coslovich si veda: www.marcocoslovich.it
FURTHER READING
Books
Goffredo Raimo, Giovanni Palatucci. A Dachau per amore, Montella (AV) 1992.
Luigi Parente, Francesco Saverio Festa, Giovanni Palatucci. La scelta, le differenze, Mephite, Avellino, 2004
Angelo Picariello: Capuozzo, accontenta questo ragazzo. La vita di Giovanni Palatucci. San Paolo edizioni, Cinisel
Piersandro Vanzan – Mariella Scatena, Giovanni Palatucci il questore “giusto”, Edizioni Pro Sanctitate, Roma 2004
M. Bianco , A. De Simone Palatucci, Giovanni Palatucci , Un Olocausto nella Shoàh, Edizioni Dragonetti, Montella 2003
Autori Vari, Giovanni Palatucci,
Il Poliziotto che salvò migliaia di ebrei, Roma, Laurus Robuffo , 2002
Gianluca Petroni, Gli ebrei a Campagna durante il secondo conflitto mondiale, Edizione Comitato Giovanni Palatucci, Salerno 2001.
Michele. Sarfatti, Gli Ebrei nell’Italia fascita, Einaudi, Torino 2000.
J,Gutman, Brivlin (ed.), I giusti D’Italia.
I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945, Mondadori, Milano, 2006.
T.Todorov, Les Abus de la Mémoire, Paris 1995 (ediz Italiana Gli abusi della memoria, Napoli, Ipermedium, 1996)
P, Nora, L’ére de la commemoration,
in Les Lieux de mémoire, III Gallimard, Paris 1997.
Jay Winter, The Memory Boom: War and the arts of remembrance in the Twentieth Century, Yale University Press, New Haven, 2005
S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1947), Carucci Editore, Roma 1983
L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano 1991.
Carlo Spartaco Capogreco, I campi del Duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino, 2004.
M. Leone, Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista (1918-1945), Carucci, Roma, 1983
P. Carucci. “Il Ministero dell’Interno:prefetti questori e ispettori generali” ( a cura di A. Ventura) in: Sulla crisi del regime fascista 1938-1943, Marsilio, Venezia, 1996
K. Voight, Il rifugio precario. Gli Esuli in Italia dal 1933 al 1945, La Nuova Italia, Firenze, 1993.
R. De Felice, Storia degli Ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi Torino, 1993.
F. Fucci, La polizia di Mussolini, Mursia, Milano 1985.
M. Pacor, Confine orientale, Feltrinelli, Milano, 1964
A. Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozzo, Venezia 2005.
P. Vidal Naquet, Gli assassini della memoria, Editori Riuniti, Roma, 1993
T.Morgani, Ebrei di Fiume e Abbazia, 1441-1945, Carucci Editore, Roma, 1979.
J. Steinberg. All Or Nothing: The Axis and the Holocaust, 1941-1943, Routledge, 2002
J. Walston. "History and Memory of the Italian Concentration Camps," Historical Journal 40 (1997)
ARTICLES
F. Sabatello, Il Censimento degli ebrei del 1938 (note metodologiche sulla sua preparazione, la sua realizzazione ed i suoi risultati ) in “Rassegna Mensile di Israel”, 1976
C.S. Capogreco, Il campo di concentramento di Campagna e l’internamento fascista nel Meridione, in “GIovanni Palatucci” ( a cura di L.. Parente, F.S. Festa)
F. Marciano, Schindler e i suoi fratelli.
M. Sarfatti. Le carte di Merano: la persecuzione antiebraica nell’Italia fascisata, in “Passato e presente” a, .Xii, n.32, 1994
S. Minerbi. Le leggi raziali ed i singoli ebrei, in “la legioslazione antiebraica in Italia e in Europa” atti del Convegno, (Roma 17-18 ottobre 1988)
A: Luksich Jamini, Il salvataggio degli Ebrei a Fiume durante la persecuzine nazi-fascista, in “Moviment di Liberazione in Italia” n. 37, 1995
Among the many meetings and symposia on Palatucci oragnized in Italy:
Giovanni Palatucci eroe e martire - Rome, Nov. 27 2002. Convegno promosso presso l'Istituto Superiore di Polizia nell'ambito delle cerimonie celebrative dei 150 anni del Corpo.
Giovanni De Gennaro:Capo della Polizia e Direttore Generale della Pubblica Sicurezza.Gianni Bisiach: giornalista. Amos Luzzatto: UCEI
Giovanni Palatucci, Un irpino: eroe per caso, santo per vocazione, Seminar June 22 2003 - Avellino.
Giovanni Palatucci, Rome, October 23, 2007. Organized by the gesuite periodical La Civiltà Cattolica with the partecipation of Associazione Palatucci, and Cappellani Della Polizia di Stato.
Giornata in memoria di Giovanni Palatucci. Rome, February 10, 2009.
Con il patrocinio dell'Ass. alle Politiche Sociali del Comune di Roma del Municipio Roma V Riccardo Pacifici, Presidente Comunità Ebraica – Roma
Ivano Caradonna, Presidente del V Municipio Luca Repola, Presidente ADVPS ONLUS il Prof. Georges de Canino
Giovanni Palatucci e la Shoah Montorio Inferiore (Salerno) January 23, 2009 Organized by the Associazione Nazionale Giovanni Palatucci.
Prof. Giovanni Cavallo, Università degli studi di Salerno, the brothers Ugo e Tullio Foà della Sinagoga di Roma, la prof. Rosalba Coppola dell’Associazione Caduti per la Patria (Striano – Salerno) e il Sostituto Commissario della Polizia Angelo Gallo, presidente dell’Associazione “Giovanni Palatucci”.
FILMS AND VIDEOS
Senza confini (TV FILM) directed Fabrizio Costa,for Rai - Produced by- Sergio Giussani, Fabrizio Zappi, Sacha Film Company s.r.l
Italy, 2000
RAI , La storia siamo noi, Giovanni Palatucci il questore giusto, Speciale “Chi l’ha visto?” 2005.
Alessandro Cassin intervista Marco Coslovich
Il dibattito culturale attorno alla Shoah in Italia segue dei filoni, o per usare una parola più dura, delle mode. Adesso i riflettori sono puntati sui “salvatori” di ebrei o presunti tali. Tra questi un ruolo del tutto particolare è occupato da Giovanni Palatucci, ufficiale di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume tra il 1937 e il 1945. Palatucci fu arrestato dai nazisti con l’accusa di “intelligenza con il nemico” e deportato a Dachau dove morì lo stesso anno. A partire dal 1953 lo stato d'Israele, seguito dalla Chiesa cattolica, l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, la Polizia Italiana (che pur aveva espresso inizialmente forti perplessità), hanno identificato in Palatucci un eroe che avrebbe salvato “migliaia” di ebrei. Nel 1990 Yad Vashem ha fatto di Palatucci un Giusto tra le Nazioni e la Chiesa ha dato inizio al processo di beatificazione.
Se oggi il nome di Giovanni Palatucci è celebrato se non addirittura avvolto nel mito, rimane difficile documentare esattamente le circostanze del suo eroismo. Nel valutare la reale portata dell’operarto di Palatucci, restano quei dubbi che spesso avvolgono le azioni clandestine che per la loro stessa natura tendono a occultare o distruggere le prove documentarie. Detto questo, i passaggi tramite cui si è arrivati alla riscoperta della figura di Palatucci e alla sua celebrazione come eroe, non hanno seguito il rigore di una indagine storica. Per questo, i quesiti sollevati dal libro “fuori dal coro” di Marco Coslovich, meritano di essere esaminati con attenzione, a prescindere dal giudizio su Palatucci
Marco Coslovich, docente di Storia Contemporanea dell'Università degli studi di Trieste, ha dedicato 15 anni di studio alla vicenda Palatucci. Nel suo libro Giovanni Palatucci, Una giusta Memoria, Mephite 2008, sostiene che l'immagine di Palatucci “eroe e salvatore di migliaia di ebrei” sarebbe frutto di una trasfigurazione romanzata di una realtà storica molto incerta. Oggi che il giudizio sulla storia d'Italia nel periodo tra il 1939 -'45, è tornato a infiammare il dibattito politico, la figura di Palatucci acquista rilevanza.
A.C. Fino al 25 luglio 1943, ovvero fino alla caduta di Mussolini, l’Italia è stata, in Europa, il principale alleato politico e militare di Hitler. A differenza della Germania dopo la guerra l’Italia non ha avuto l’equivalente di una Norinberga, né un processo sistematico di defascistizzazione. Gli squadristi fascisti, i politici, i poliziotti, i ragazzi di Salò e i loro fiancheggiatori responsabili (dell’arresto di 1898 ebrei in Italia) non hanno mai dovuto rendere conto a nessuno. Ciò nonostante 64 anni dopo la fine del conflitto perdura il mito della benevolenza degli italiani, che nel caso specifico della persecuzione antiebraica ha come punto di forza il dato che l’80 percento della popolazione ebraica si è salvata...
M.C. Come risulta dalla dettagliata ricerca di Liliana Picciotto Fargion (Il Libro della Memoria Gli Ebrei Deportati dall’Italia 1943-45. Mursia 1991), circa la metà degli arresti di ebrei in Italia è stata compiuta dagli italiani, di propria iniziativa, per poi consegnarli ai tedeschi, e stiamo parlando di circa 3.000 arresti su 6.000. Questo fatto, incontrovertibile, getta luce su quella che è stata l’attività della polizia italiana durante l'R.S.I.
L’altro nodo importante è la presenza in Italia del mondo cattolico.
E' innegabile che alcuni ebrei sono stati soccorsi, nascosti e aiutati, però c'è il rovescio della medaglia. Mi riferisco, solo per fare un esempio, a Giovanni Preziosi, il feroce antisemita direttore della rivista La vita Italiana. Preziosi, un ex-prete, era un attivista cattolico che ha fatto di tutto e di più per spingere la repubblica Sociale Italiana ad assumere posizioni ferocemente antisemite. Ricordiamo che la Repubblica di Salò, subito nel novembre del '43, introduce delle “leggi razziali” che lo storico Michele Sarfatti ha dimostrato (Gli Ebrei nell’Italia Fascista, Torino, Einaudi 2000) non solo di essere ben più dure di quelle del ‘38, ma più feroci di quelle nazionalsocialiste.
In questo contesto, in cui il mondo cattolico ha avuto le sue ambiguità, in cui la polizia Italiana con la R.S.I. ha consegnato migliaia di ebrei italiani ai nazisti, un personaggio come Giovanni Palatucci, un questore, un poliziotto, di formazione cattolica, cade a fagiolo. Si tratta dell'eroe buono in grado di nascondere la grande vergogna. Ecco da cosa deriva la facilità con cui viene accettato senza le dovute verifiche storiche il mito del poliziotto buono, cattolicissimo, che salva migliaia di ebrei, sfidando il nazismo. Palatucci è stato definito “l’angelo degli ebrei”, lo “Schindler italiano”, “l'eroe silenzioso”; “un precursore dell'ecumenismo” ecc. Palatucci, se ieri, secondo i suoi sostenitori, ha salvato gli ebrei, oggi senz'altro salva l'immagine della polizia e aiuta a dimenticare il ruolo dei cattolici antisemiti. La polizia italiana cerca di trovare una rilegittimazione del periodo oscuro dell’R.S.I.; il mondo cattolico cerca di togliersi d'addosso i coni d’ombra che ancora avvolgono la sua storia in particolare l’operato di Pio XII.
A.C. Dunque vedi nella rivalutazione di Palatucci l’occasione per ridefinire e riscrivere un quadro storico e politico?
M.C. Quello che mi preme è separare e distinguere nettamente il percorso e le attività che Palatucci e altri poliziotti hanno intrapreso, (e questo percorso va fatto sulla base delle fonti storiche attendibili, scandagliando tutta la documentazione possibile) e dall’altra la manipolazione grossolana che è stata fatta e si sta facendo su questo personaggio su basi del tutto dubbie e con finalità che esulano dalla ricerca storica. Che poi dietro Palatucci ci sia un grande disegno per ridisegnare la nostra storia nazionale in quei tragici frangenti, non sta a me sostenerlo. Certo è che il tentativo di costruire un'altra “narrazione storica” mi pare evidente.
A.C. Come suggerisce Il sottotitolo “Una giusta memoria” il tuo non è un libro contro Palatucci, ma al contrario un tentativo di ricostruirne la realtà storica.
M.C. Il bisogno di santi ed eroi non è proprio di una democrazia. Chiunque, come Palatucci (e con lui tanti altri poliziotti funzionari, cittadini), abbia salvato anche un solo ebreo dal grande massacro, merita rispetto e ammirazione. Rispettare un uomo, significa portarne alla luce la reale portata della sua azione, senza forzature postume. Poter identificare con esattezza qualche singola azione o atteggiamento in favore degli ebrei da parte di Palatucci, significherebbe molto per la sua immagine, mentre il tentativo in corso di farne un “santo-martire”, paradossalmente oscura il suo operato, in qualche modo lo disincarna.
A.C. Come è nato il tuo interesse per Palatucci?
M.C. Ennio Di Francesco, un funzionario di polizia che voleva organizzare un convegno su Palatucci. Vittorio Foa e sua figlia Anna, entrambi convinti sostenitori del ruolo avuto da Palatucci, mi hanno contattato, su suggerimento di Anna Bravo dell’Università di Torino, per invitarmi a dare un contributo in quanto studioso dei lager nazisti. Sono riuscito ad ottenere all’archivio di Stato il fascicolo personale su Palatucci. Già all'epoca ho avuto la netta sensazione che il fascicolo fosse incompleto (salti di date e documentazione). Oggi mi risulta che non è più accessibile perché è stato avocato dal Viminale in quanto il “caso Palatucci” è oggetto di studi e approfondimenti da parte del Ministero (c'è in corso, ad esempio, in collaborazione con la Chiesa, il processo di santificazione di Palatucci). Fin dalle prime indagini ho espresso le mie perplessità. Il convegno non si è più fatto e invece ho pubblicato i risultati della mia ricerca su La Rassegna Mensile di Israel (1995), sollecitato da Anna Foa. Non è stato che l'inizio di un lavoro a cui ho dedicato 15 anni incontrando notevoli difficoltà editoriali. La casa editrice con la quale ho pubblicato quasi tutti i miei libri, la Mursia, non si è resa disponibile così come molte altre. Il mio lavoro su Palatucci era ed è scomodo, è un libro che de-programma la formula “santo-salvatore”. Alla fine è uscito presso un piccolo editore, Mephite.
A.C. Avendo tempo e risorse economiche ritieni che ci siano ancora documenti e informazioni che potrebbero emergere su di lui?
M.C. Ritengo che sarebbe interessante conoscere i documenti che ha in mano Yad Vashem che lo ha riconosciuto Giusto tra le Nazioni nel 1990 e che ha raccolto altre testimonianze su di lui. Varrebbe la pena di scandagliare e verificare l’entità e lo spessore di queste testimonianze.
(ndr: In preparazione di questa intervista CPL ha ottenuto da Yad Vashem le due testimonianze riguardanti il riconoscimento di Palatucci: una di Pina Castagnaro che dichiara di aver nasconto ebrei in fuga su richiesta di Palatucci e l’altra di Elena Ashkenazy che riuscì a mettersi in salvo con la famiglia grazie all’aiuto di Palatucci).
A.C. E in Italia?
M.C. In Italia, nonostante non ci sia una città che non abbia una strada, una piazza o una scuola dedicata a Palatucci, c’è un grave deficit di fonti certe. Anche la polizia di Stato non ne ha a sufficienza. Dimostrazione: è stata dedicata una intera puntata del programma della televisione italiana “Chi l’ha visto?” a Palatucci, sollecitando in più occasioni testimonianze sul suo operato. Si è mai visto condurre una ricerca di storia a colpi di telefonate dove i più capricciosi mitomani si attaccano alla cornetta? Si tenga conto che questa iniziativa è avvenuta quando ormai Palatucci era già stato glorificato. Siamo di fronte ad una logica invertita: la ricerca di testimonianze a supporto si fanno prima e dopo si “canonizza” un eroe, o sbaglio?
A.C. Invece emergono fatti folclorici
M.C. Di quelli c’è n’è in abbondanza. Ad Avellino Palatucci è ormai una specie di patrono. Lo hanno definito niente meno che “l'eroe irpino”. Basti pensare al santino del 1998 con la foto dell’ “ultimo questore di Fiume Italiana, servo di Dio”. Sul retro c’è persino una preghiera perché ottenendo una grazia pregando a Palatucci si avrebbe la conferma che Palatucci vive in beatitudine. Più opere miracolose avvengono in nome di Paltucci post-mortem, più la possibilità di farlo santo cresce. Prima della santificazione chi è candidato percorre vari stadi: servo di Dio, beato, venerabile e quindi santo. A Palatucci manca l'ultimo riconoscimento e non dubito che l'otterrà. Ma tutto questo, e lo dico con il massimo rispetto, ha a che fare con la ricerca storica?
A.C. Ogni volta che si parla dell’atteggiamento della polizia e dei militari italiani nei confronti degli ebrei, mi pare nascono una serie di malintesi. In parte questo è dovuto al confondersi di due situazioni distinte e molto diverse. Da un lato c’è un comportamento verso agli ebrei italiani, che diviene progressivamente restrittivo e persecutorio a partire dal1936 fino a diventare antisemitismo di stato nel 1938, mentre dall’alto si registra una sorta di protezionismo verso gli ebrei stranieri residenti in Italia e nei territori annessi....In tutto questo Fiume è un caso a se, perché?
M.C. Fiume diventa Italiana nel ‘24 dopo che Mussolini mette fine al progetto dello stato autonomo previsto per Fiume dal trattato di Rapallo. Un accordo con il nascente Regno di Iugoslavia sancisce nuovi confini. Fiume è una città a forte ispirazione autonomistica. Riccardo Zanella è l'interprete di questo sentimento che verrà sacrificato sull'altare dei nazionalismi contrapposti. Fiume Italiana è divisa da Sussak (Sussa) la cittadina assegnata alla Iugoslavia e che, detto per inciso, conosce la presenza di una piccola comunità ebraica. Fiume, quindi, durante il conflitto non risulterà territorio annesso sotto controllo militare, ma rimarrà sottoposta alle normali autorità civili anche se, e il fatto non è privo di conseguenze, resta territorio interessato alle operazioni di guerra. La distinzione tra presenza militare e presenza della polizia non ha quindi ragion d'essere rispetto a Fiume.
A.C. Questo ha creato una situazione paradossale per gli ebrei...
M.C. Le comunità di Fiume e di Abbazia sono significative. Come tutte le comunità che erano appartenute all'Impero Austro-Ungarico, avevano visto nei Savoia e nel Regno d’Italia una garanzia. I Savoia avevano emancipato gli ebrei ancora nel lontano 1848 con lo Statuto Albertino. Poi nel ‘38 le leggi razziali stabiliscono che quelli stessi cittadini ebrei che nel ‘24 erano diventati italiani, perdano la cittadinanza e vengano considerati non italiani di razza ebraica, ma apolidi, stranieri. Le leggi razziali stabiliscono addirittura che coloro che erano diventati italiani dopo il 1918 fossero ritenuti apolidi. Si tratta di un vero e proprio voltafaccia.
A.C. Giovanni Palatucci arriva a alla questura di Fiume nel novembre del 1937, come vice commissario aggiunto di Polizia. In pochi mesi le leggi razziali e la questione ebraica diventano centrali alle sue mansioni...
M.C. Sì, come abbiamo appena constatato, gli ebrei di Fiume dal ‘38 subiscono un ostracismo totale, sono messi in una condizione di cattività ancor peggiore dei loro connazionali ebrei del resto del Regno D’Italia. In questa situazione Palatucci diventa responsabile dell’ufficio stranieri della questura di Fiume e deve vidimare i permessi di soggiorno per gli spostamenti di questi ebrei, de facto diventati stranieri nella loro patria! Se uno di loro, ad esempio, vuole andare a Trieste, ma questo vale per un qualsiasi spostamento all’interno del Regno d’Italia, deve avere un visto, un’autorizzazione rilasciata dalla questura, vale a dire da Palatucci.
A.C. Facciamo un passo indietro, Palatucci arriva a Fiume a 28 anni, cosa sappiamo di lui a quel punto?
M.C. Proveniva da una famiglia patriarcale, tipica del Sud agricolo e contadino, dove aveva avuto un’educazione austera, supportata da una forte religiosità. La famiglia Palatucci vantava alti prelati e uomini di Chiesa.
A.C. Ma fu lui a volersene andare dall’Irpinia.
M.C. Certo. Va a studiare Giurisprudenza a Torino compiendo una scelta geografica e culturale rilevante (si pensi al fatto che scarta la prestigiosa facoltà di Giurisprudenza a Napoli, ad un tiro di schioppo da Avellino) che segna anche il suo distacco dall’ambiente familiare.
A.C. Il suo primo incarico è in polizia a Genova, ma non ne fu molto contento...
M.C. Non desidera rimanere in polizia e la vita di funzionario di pubblica sicurezza non lo attrae. Sperava invece di passare alle dipendenze del Ministero di Grazia e Giustizia. Poi però Rosai, il questore di Genova, lo punisce chiedendone il trasferimento: perché? Secondo Rosai, Palatucci ha comportamenti “non consoni a un poliziotto”: conduce una vita allegra, spensierata piace alle donne, si dimostra autonomo”. Ci sono piccoli provvedimenti disciplinari per suoi ritardi e inadempienze. Lamentele di avvistamenti in luoghi della città dove non sarebbe consono che un poliziotto vi si recasse... Si compiace di farsi fotografare con ragazze: fa una vita da scapestrato. Tutto questo risulta nel suo fascicolo personale- La goccia che fa traboccare il vaso è un’intervista rilasciata da Palatucci in cui si lamenta del lavoro che fa in polizia: molto burocratico e staccato dalla vita della gente. Un intervista ingenua e piena di lamentele sul funzionamento della pubblica amministrazione.
A.C. Ma in tutto questo non c’è nulla di politico, nessuna traccia di antifascismo?
M.C. No assolutamente niente di politico.
A.C. Essendo il suo trasferimento a Fiume una punizione non è chiaro in che senso l’incarico è volontario?
M.C.“Commissario Volontario Aggiunto” è una dicitura burocratica, semplicemente un titolo, volontario non lo era affatto.
A.C. Fiume ha una storia particolare, all’incrocio tra Italia, Mitteleuropa e Balcani. Pensi che Palatucci ne abbia compreso e apprezzato l’eccezionalità?
M.C. Una volta che arriva a Fiume tenta ripetutamente di farsi trasferire. Fiume è una città non facile, sotto un certo punto di vista è molto poco italiana. Vive Fiume come un esilio tant’è che fa domande continue di trasferimento. Vuol andarsene, a Milano, a Torino, vorrebbe una grande città del nord, non certo l' “adorata” Irpinia. Richiede il trasferimento sei o sette volte.
Il suo problema è che è in mano a Temistocle Testa il Prefetto fascistissimo e antisemita di Fiume che non lo molla. Testa lo colloca in posizioni molto delicate come l’ufficio stranieri della Questura e ne fa una pedina irrinunciabile. Poi, durante la guerra, lo colloca nella commissione censura in maniera da intercettare tutte le lettere provenienti dal fronte e non solo. Testa, è stato dimostrato, ricattava uomini d'affari e tutti coloro che avessero in qualche modo a che fare con il business della guerra: vettovagliamento delle truppe, logistica, beni sequestrati ecc. Con questo sistema ha accumulando fortune personali vastissime. Testa blocca ogni tentativo di trasferimento di Palatucci elogiandolo e affermando che è il più bravo e il più competente tra i suoi funzionari. E’ chiaro che retrospettivamente queste qualifiche questi elogi di Testa non depongono a favore di Palatucci.
A.C. Come erano visti i fascisti a Fiume nel ‘37 ‘38?
M.C. I fascisti non erano mai visti bene lo spirito autonomistico a Fiume è sempre stato forte.
A.C. E la minoranza croata?
M.C. La popolazione croata era una presenza più forte nel circondario e nel contado che in città. La città, etnicamante parlando, era a maggioranza italiana. C’è però anche una significativa presenza ungherese erede del vecchio impero, nonché una presenza tedesca. La componente italiana era inoltre a forte vocazione autonomistica. Poi, come tutte le zone di confine, Fiume subirà l’azione fascista, le azioni squadristiche. In fondo la città resta a margine del Regime.
A.C. Dal tuo libro risulta che l’azione di Palatucci fosse definita e limitata da quella dei suoi superiori, ovvero dal Questore e dal Prefetto. Dal 1922 i prefetti (una nomina politica) sono la più alta autorità dello stato, a Fiume c’è Temistocle Testa. Dal ‘28 i prefetti potevano addirittura disporre dell’internamento dei sudditi nemici (e non si era ancora in guerra)!
Questore (una ruolo di carriera) è invece Vincenzo Genovese.
Che rapporti c’erano tra Genovese, Testa e Palatucci?
M.C. Il Questore Vincenzo Genovese operava d'accordo con Testa e risulta essere stato a sua volta uno zelante antisemita. Palatucci non poteva sottrarsi all'operato dei suoi capi.
A.C. Non c'era quindi un contrasto ideologico o politico con i capi?
M.C. Direi che non c'era nessun contrasto. Anzi. Dopo il ‘43 Palatucci avvierà qualche contatto politico fuori dalla Questura. Questi contatti saranno sempre con notabili fascisti come Giovanni Rubini e il senatore Riccardo Gigante. I suoi referenti politici resteranno sempre all’interno del sistema fascista. Questi personaggi, nel timore di una vittoria comunista, elaborano un piano (il Memorandum Rubini) nel tentativo di trovare una soluzione alternativa all’assorbimento di Fiume da parte Iugoslava. Il timore era quello di cadere in mano comunista una volta che il regime si fosse liquefatto.
A.C. Hai scritto che il capo della polizia fascista Arturo Bocchini era scettico verso la possibilità di implementare le leggi razziali. Pensi che Palatucci potesse avere sentimenti simili?
M.C. Non credo che avesse questo tipo di percezione. Quello che è certo è che la polizia durante la dittatura aveva, grazie ai suoi informatori, l’unico vero contatto con il paese in forza di quello che viene definito dalla stessa polizia “lo spirito pubblico”. E molti poliziotti attraverso gli informatori percepivano l’incongruità e la difficoltà oggettiva della messa in opera delle leggi razziali. Io credo che quelle leggi andassero contro un comune sentire, e questo viene fuori proprio dai rapporti di polizia. Ma attenzione, il comune sentire è altra cosa dalla formula riduttiva e assolutoria riassunta nella dicitura “italiani brava gente”.
A.C. La polizia italiana non era in fondo preparata a questo tipo di legislazione.
M.C. Per la polizia l’applicazione di queste leggi era qualcosa di estraneo al proprio modus operandi. Si faceva difficoltà sia sul piano discriminatorio che repressivo. La polizia percepiva lo scarto tra la direttiva politica e l’opinione pubblica. Non perché la popolazione italiana fosse favorevole agli ebrei, ma vedeva in queste disposizioni una forma di accanimento irragionevole.
A.C. Un altro aspetto è che la polizia aveva difficoltà a individuare un pericolo negli ebrei...
M.C. Esatto. Per la polizia il pericolo non erano gli ebrei, ma i comunisti, gli anarchici, i socialisti. La polizia era addestrata a identificare gruppi e individui che svolgevano attività sovversiva, che organizzavano una rete clandestina di resistenza, non gruppi religiosi, comunità di appartenenza o cose di questo tipo.
A.C. Eppure sono gli stessi poliziotti che devono applicare le leggi razziali...
M.C. C'è un passaggio logico e cognitivo che viene a mancare: i poliziotti sono sprovvisti di nozioni di carattere razziale/biologico che consentirebbe loro d'intraprendere l’azione prevista dalle leggi... L'indagine condotta per un cognome, per una nascita, per un appartenenza genetica, non li riguarda, non fa parte del loro costume professionale. Questo deficit viene sopperito attraverso provvedimenti e atti amministrativi. Al di la delle leggi quello che conta sono sempre gli atti amministrativi. Gli uffici che dispongono come applicare nel dettaglio le circolari ministeriali, ecco come il deficit cognitivo viene superato dalla burocrazia. La casistica minuziosa a cui si ricorre nei censimenti suppletivi degli ebrei non previsti dalla legge, è una dimostrazione plateale in tal senso. A Fiume, ad esempio, il Prefetto Testa fa fare a Palatucci indagini anagrafiche aggiuntive sulla comunità ebraica proprio perché ci si sforza di trovare nel dettaglio ogni specificità per definire il problema che in se sfugge al quadro mentale della polizia. C’è un accanimento amministrativo che è il risultato di una fondamentale incomprensione della questione cosiddetta razziale. Palatucci non solo non può boicottare questo meccanismo, ma se ne fa interprete.
A.C. Quanta e quale discrezionalità poteva a vere Palatucci nell’applicare leggi e normative razziali e soprattutto fino a quando?
M.C. Palatucci rispondeva direttamente a Testa, il quale ne ha sempre elogiato l’operato, dunque è difficile parlare di discrezionalità. Sicuramente il suo margine di manovra per un eventuale soccorso agli ebrei si riduce con l’entrata in guerra fino a praticamente azzerarsi dopo l’8 settembre ‘43 con l’occupazione tedesca.
A.C. Coloro che annoverano Palatucci tra i salvatori di ebrei insistono anche su quegli ebrei che avrebbe mandato da Fiume a Campagna, sotto l’egida dello zio Giuseppe Maria Palatucci vescovo di Campagna.
M.C. Considerare l’internamento in un campo di concentramento fascista un’opera di soccorso, è un’assurdità! Dopo il ‘40 quando Palatucci manda a Campagna alcuni ebrei, non fa altro che ubbidire alle disposizioni Ministeriali. Campagna è un campo di internamento del regime fascista, voluto dal regime e predisposto dal regime. Su quasi una cinquantina di tali campi di internamento, previsti per gli apolidi (sloveni, croati ecc...), almeno una decina sono predisposti per gli ebrei, tra questi c'è quello di Campagna, città natale di Palatucci. Mi chiedo: ancora per quanto tempo continueremo a pensare che si salvano gli ebrei mandandoli in un campo di internamento? Che questi campi si siano poi rivelati per fortuite circostanze storiche (la liberazione degli alleati) una possibilità di salvezza per diversi ebrei, non è certo un merito del fascismo e della polizia né di Palatucci.
A.C. Sappiamo quanti ebrei furono trasferiti da Fiume a Campagna?
M.C. Non esattamente, ma quando il campo di Campagna fu liberato dagli alleati nel settembre 1943, tra i 150 ebrei, 20 o 30 potevano esservi plausibilmente giunti da Fiume, Abbazia e Sussak. Per quello che riguarda lo zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci, si aprono molte incognite. Risulta da una lettera inviata al capo della polizia Carmine Senise il 2 maggio 1942, che il vescovo desidererebbe sbarazzarsi del campo di internamento per gli ebrei. Il tema delle riconversioni più o meno spontanee e dei sostegni economici lascia aperto un altro capitolo non sempre chiaro. Nel dopoguerra lo zio vescovo, in un momento nel quale la famiglia di Giovanni Palatucci in nome del figlio si vede rigettata dal Ministero dell'Interno ogni richiesta di sostegno economico (gravano su Palatucci sospetti su come aveva amministrato il denaro in Questura), lo zio vescovo dicevo, si lancia in un'operazione di esaltazione dell'operato del nipote che lo vede protagonista, nei primi anni Cinquanta, anche in Israele quando fioccano i primi riconoscimenti da parte ebraica.
A.C. Che ruolo aveva la Questura di Fiume riguardo alla questione ebraica?
M.C. La Questura di Fiume ha un ruolo importantissimo non solo riguardo alle comunità ebraiche di Fiume, Abbazia, ma in quanto autorità che gestisce l'attività lungo la frontiera durante i tentativi di fughe degli ebrei che provengono dalla Croazia e dall’Est. Dunque ha una funzione di filtro con il regime Ustascià che perseguita con inaudito accanimento gli ebrei.
A.C. Cosa cambia con l’entrata in guerra? La Delasem si lamenta che Testa respinge gli ebrei, Testa elogia Palatucci.
M.C. Il problema è questo: la Questura ha un ruolo delicato perché si trova ad occupare uno snodo di transito importante per gli ebrei in fuga. La durezza della Questura a questo proposito è fuori discussione. Carlo Morpurgo, a nome della Delasem e delle Comunità Ebraiche Italiane, nel '41 va a parlare con il questore Vincenzo Genovese per cercare di intercedere a favore degli Ebrei al di là del confine croato. La sua relazione dopo la missione testimonia come gli ebrei siano sistematicamente rigettati dagli italiani e lasciati in mano agli Ustascià. Non solo. Ricorda come fu trattato con sprezzo da Genovese. Dunque in questa fase la Questura di Fiume per quanto riguarda gli ebrei ha una funzione peggiorativa in una situazione già gravissima. L’ipotesi che migliaia di ebrei fossero stati salvati da Palatucci non sta proprio in piedi. E’ in netto contrasto con tutte le altre informazioni storiche che possediamo. Del resto se ciò fosse stato anche solo parzialmente vero, la missione di Morpurgo non avrebbe avuto motivo di essere effettuata.
A.C. A questo punto Palatucci è nettamente subalterno ai suoi superiori...
M.C. Ha un ruolo del tutto dipendente. Soprattutto dopo il ‘43 quando, per un periodo, assume il ruolo di “facente funzione di Questore”, è completamente tagliato fuori. Con l’arrivo dei tedeschi è in una posizione di totale impotenza: costretto a consegnare le armi, gli vengono sequestrati i telefoni, gli automezzi, i pochi poliziotti che rimangono alle sue dipendenze non percepiscono più gli stipendi... praticamente presiede un ufficio privo di ogni autonomia. Per questo si reca a Maderno, sede del Ministero degli Interni della Repubblica di Salò, per sollecitare almeno i pagamenti degli stipendi. La sua missione a Maderno ha però anche altri significati che qui sarebbe adesso lungo sviscerare...
A.C. Nella Operationzone Adriatisches Kustenland i poteri politici e militari sono dei nazisti, dunque le leggi della R.S.I. non valgono. Qui l’apparato repressivo agisce in autonomia rispetto al resto dell’Italia, ragione in più per pensare che ormai Palatucci non può fare molto in questa sorta di stato nello stato.
M.C. Sì. Palatucci si trova a capo di un ufficio ormai esautorato dalle sue funzioni, il potere reale è in mano ai tedeschi. I rapporti che si intrattengono con la R.S.I. sono di carattere amministrativo, ma le direttive politiche non hanno a Fiume alcun effetto. Per fare un esempio. I tedeschi non autorizzano la costituzione della Milizia Nazionale Repubblicana di Salò, ma la formazione di un corpo separato denominato Milizia Territoriale Fascista che sottostà alle dipendenze dei tedeschi. Oltretutto lungo i confini del Litorale Adriatico con l'Italia del Duce, come allora viene chiamata, vengono messi dei posti di blocco e ci vuole un'autorizzazione speciale per accedere mentre il soggiorno è permesso per non più di una settimana. Palatucci deve pensare a salvare sé stesso e quello che resta dei suoi uomini in quanto agli ebrei è difficile pensare a quello che avrebbe potuto fare.
A.C. Credi che fino all’entrata in guerra Palatucci possa essersi sentito in qualche modo protettore degli ebrei di Fiume?
M.C. Come ricordo nel libro ci sono testimonianze che riportano un atteggiamento di cortesia e attenzione rispetto alla comunità ebraica che a Fiume è profondamente integrata nella città. Palatucci in qualche modo percepisce il forte scarto che c'è, da parte del regime fascista, nel trattare gli ebrei come stranieri. Questi ebrei erano più fiumani di tutti ed era veramente sgradevole sottoporti a controlli e imporre obblighi. La cortesia di Palatucci è quella di un galantuomo meridionale, ma operativamente credo che lui non abbia potuto fare assolutamente niente.
A.C. Ti risulta che Palatucci avesse stabilito contatti con l’esercito di liberazione Iugoslava?
M.C. Assolutamente no. Se avesse voluto salvare tutte quelle migliaia di ebrei di cui si dice, non avrebbe potuto farlo a prescindere dall'imponente movimento di liberazione Iugoslavo, che era l’unico sul territorio a poter veramente favorire, aiutare, soccorrere ecc. Ma durante l’occupazione tedesca Palatucci non ha nessuna autonomia, non ha gli strumenti, né telefoni, armi, automezzi, è bloccato. Non ha assolutamente strumenti per poter agire autonomamente. Inoltre teme, come i contatti con Gigante e Rubini dimostrano, la soluzione comunista che ispira la resistenza iugoslava. Che contatti avrebbe potuto mai prendere con chi perseguiva la soluzione cosiddetta slavo-comunista?
A.C. Fino all’entrata in guerra e in certi casi anche oltre, il regime Fascista era uno dei pochi ad accogliere gli ebrei in fuga da altre parti d’Europa favorendone il transito, perché?
M.C. Klaus Voight (Il Rifugio precario, Gli Esuli in Italia dal 1933 al 1945. Firenze, La Nuova Italia 1993) ha studiato molto attentamente le fonti e dai contatti che ho avuto con lui, emerge netta la volontà dell’Italia, in quel periodo, di sbarazzarsi degli ebrei che arrivavano soprattutto dall’Austria, dopo l’Anschluss, e da quei paesi nei quali gli ebrei stanno già subendo la persecuzione. Il Regime aveva stabilito degli accordi con la Gran Bretagna, la quale voleva arginare le grosse migrazioni provenienti dall’Est Europa. Si sa che questi ebrei andavano in Palestina che era sotto protettorato inglese. Gli equilibri in Palestina con gli arabi erano delicatissimi e la Gran Bretagna non vedeva di buon occhio l'arrivo di altri ebrei. I maggiori porti italiani, da dove si diramavano le linee internazionali, erano quindi vincolati da tali accordi. Ma i porti meno grandi, tra i quali Fiume, non prevedevano tali vincoli. Qui il transito, ricordiamolo, diventava occasione di guadagno per gli armatori italiani. Essi vendevano a compiacenti compagnie di bandiera greche delle vere e proprie carrette del mare, le quali concordavano transito fittizi per paesi quali la Cina, ad esempio. Imbarcavano gli ebrei e, quando andava bene, li sbarcavano clandestinamente in Palestina. Ma non era raro che gli ebrei, similmente alle attuali migrazioni degli africani verso le coste italiane, venissero taglieggiati durante il viaggio fatto in condizioni di totale insicurezza. Se il regime permetteva agli ebrei di entrare nel Regno, ciò presupponeva il favorire in qualche modo l’espatrio successivo perché toccava interessi e un giro di affari cospicuo. L'operazione, come si può facilmente immaginare, è tutt'altro che priva di ambiguità.
A.C. Quindi già nell’accordo c’era una sorta di sotterfugio?
M.C. Sicuramente sì. Si cercava di dirottare il transito degli ebrei verso porti secondari e lo si faceva con delle carrette del mare (ripeto, simile a quelle che vediamo oggi usare dagli albanesi e nord africani). L’attività era gestita da organizzazioni sioniste che erano costrette a pagare cifre inaudite ad armatori pronti a tutto pur di acchiappare quattrini.
A.C. E’ noto che tra il ‘38 e l’entrata in guerra, partirono da Fiume quattro navi cariche di profughi...
M.C. Quando si sostiene che Palatucci favorisce l’imbarco degli ebrei su queste navi si commette un’imprecisione. Palatucci esegue gli ordini provenienti dal Ministero. Il Regime voleva assolutamente allontanare al più presto possibile questi ebrei dal territorio nazionale e Palatucci seguiva le direttive ricevute, come era inevitabile che facesse. Qualsiasi accoglienza avrebbe sconfessato la legislazione antisemita in atto, nel contempo il Regime non voleva dispiacere gli armatori e, ancora, dimostrava all'alleato tedesco di volerlo favorire nella desemitizzazione della Germania.
A.C. Riassumendo, la vicenda della Hagia Zoni, salpata da Fiume con abbordo 460 passeggeri, concludi che anche in quel caso Palatucci operò in consonanza con i suoi superiori e non può ritenersi protagonista di quel salvataggio.
M.C. Il quotidiano La Repubblica nel 1995, in un articolo intitolato “Storia del commissario che fu lo Schindler Italiano”, a proposito dell'episodio scrisse che Palatucci “nel marzo del ‘39 sottrasse alla cattura della Gestapo 800 ebrei tedeschi in fuga dalla Germania Nazista a bordo della nave greca Hagia Zoni”. Ma, come dimostrano i documenti che ho riportato nel libro, le cifre sono gonfiate e Palatucci non ha salvato un bel nulla. Ha seguito le direttive del Ministero e di Temistocle Testa, che temeva che la presenza a Fiume dei profughi ebrei potesse compromettere, banalmente, l’avvio della stagione turistica. Che la Gestapo fosse poi presente a Fiume nel 1939 fa ridere i polli. In seguito ad un accordo tra polizia italiana e tedesca, è vero che alcuni (si parte dell'ordine di una decina) funzionari tedeschi erano presenti in alcuni porti e luoghi di transito italiani, ma tra questi porti non c'è Fiume, né tali funzionari tedeschi avevano una reale capacità di interferenza con le autorità italiane.
A.C. Come conciliare gli attestati di stima per Palatucci da parte di Testa e Genovese con le tesi di chi vede in Palatucci un salvatore di ebrei?
M.C. Durante il Regime Palatucci svolge un servizio che dai suoi superiori è percepito come “lodevolissimo”. Da parte delle comunità ebraiche e delle organizzazioni sionistiche che tentavano di organizzare fuoriuscite dall’Europa verso la Palestina, non c’è una persona che citi l’operato di Palatucci tra chi ha soccorso o facilitato. Ci sono invece vari documenti che attestano di alcuni funzionari che hanno aiutato, ma non Palatucci. Nei documenti questo suo presunto aiuto non compare mai. Quello che risulta è che Temistocle Testa e Vincenzo Genovese, che ribadisco, sono ferocissimi nell’applicare provvedimenti antisemiti, continuano a elogiare Palatucci fino alla fine. Lascio ad altri trarre le conclusioni.
A.C. Dopo la caduta di Mussolini, la Milizia Territoriale (la polizia della Repubblica Sociale Italiana nel territorio del Litorale Adriatico) conduce un’indagine sull’operato di Palatucci da cui ne esce piuttosto male...
M.C. A Palatucci vengono attribuite assegnazioni indebite di sigarette, una scorretta gestione della mensa, un'assegnazione non limpida delle paghe e dei premi. C’è anche un sospetto di peculato e viene sottoposto ad un interrogatorio a Sussa per un apparecchio radio finito in mano a Palatucci appartenuto a una signora ebrea. Ma bisogna ricordare che agli occhi di quelli che possiamo considerare i rappresentanti dell’R.S.I. nel Litorale Adriatico, la questura rappresenta il recente passato monarchico e il traditore dell’alleato tedesco a cui si voleva contrapporre, con zelo degno di miglior causa, la nuova dignità fascista. Io non darei molto credito alle accuse della Milizia Territoriale, si tratta di beghe interne per ingraziarsi l'alleato tedesco.
A.C. Poi arrivano i nazisti...
M.C. Con l’arrivo dei tedeschi Palatucci si ritrova a dover assumere la funzione di “facente questore”. La situazione politica militare è tale che non può più andarsene, neanche a casa: il 14 settembre 1943 Campagna è liberata dagli alleati. Anche in questo caso la retorica che si è scatenata in merito al fatto che avrebbe eroicamente mantenuto la sua posizione senza abbandonare Fiume al suo destino, è assolutamente infondata. Ripeto: anche volendo la via del ritorno gli era preclusa dalla linea del fronte che avanzava. Dunque è costretto a rimanere a Fiume. E qui non gode più alcuna autonomia. Questo non toglie che possa aver aiutato, sulla base di qualche conoscenza, qualche singolo ebreo. Si sa anche che intratteneva rapporti affettivi con una ragazza ebrea. Tutto questo induce alcuni a ricordare la sua figura come cortese e disponibile. Non è da escludere che lo fosse, migliore, sul piano interpersonale, di tanti altri poliziotti. Fuori da quest’ambito resta tutto da chiarire.
A.C. Ritieni che volendo avrebbe potuto intercedere a favore degli ebrei?
M.C. La verità è che se anche avesse voluto era nell’impossibilità oggettiva di operare, sicuramente gli era impossibile operare nell'ordine di grandezza che gli viene attribuito. L’unico modo per agire efficacemente sarebbe stato quello con il movimento di liberazione Iugoslavo che controllava davvero il territorio, un contatto che Palatucci non cercò e non ebbe mai. La presenza nazista era capillare nel territorio metropolitano. Ricordiamo che nel Litorale Adriatico c’era la Risiera di San Saba a Trieste, dotata di forno crematorio. Il capo dell' SS nel Litorale Adriatico era il Gruppenfuhrer Odilo Globocnik, il più efferato antisemita che aveva guidato l’Aktion Reinhardt nei campi di Sobibor, Treblinka, Belzec e Majdanek, il più noto massacratore di ebrei in Polonia prima che Auschwitz diventasse pienamente operativa. Cosa poteva fare un poliziotto come Palatucci, (senza nemmeno il telefono!) di fronte all’oganizzazione delle SS di Globocnik?
A.C. Palatucci viene arrestato dalla Gestapo e muore a Dachau. Escluderesti anche che la sua deportazione possa essere vista in alcun modo come la conseguenza di una sua azione a favore degli ebrei?
M.C. Lo escludo. Palatucci è stato deportato in quanto sospettato di “intelligenza con il nemico. “Kappler, che teneva i collegamenti tra la polizia italiana e quella tedesca, offre questa motivazione per il suo arresto. Se Kapler fosse stato a conoscenza di azioni di Palatucci a favore degli ebrei, non avrebbe avuto nessun motivo di tacerle, anzi. In dettaglio l’accusa tedesca a Palatucci è quella di aver tentato di far pervenire in Svizzera agli alleati un documento relativo al Memorandum Rubini (un progetto di autonomia per Fiume). Io credo che i tedeschi lo sospettassero anche di maneggi con la polizia della R.S.I. relativi ad alcuni finanziamenti e denari ottenuti illegalmente. Cerco nel libro di contestualizzare le missioni che Palatucci fece a Maderno anche in questa direzione. Nemmeno si può immaginare quale giri di corruzione e di depredazioni abbiano caratterizzato la fine della R.S.I. Tamburlini, ad esempio, in quanto ex-capo della polizia di Salò sarà processato dai tedeschi per la vasta azione di corruzione. Ed è solo un esempio. I motivi dell'arresto di Palatucci sono del tutto indipendenti e separati dalla possibilità che ha avuto di aiutare gli ebrei. Ritengo che la sua deportazione fa parte del cupio dissolvi che ammorbava Salò nel suo insieme. Se anche avesse aiutato gli ebrei, non è certo questo il motivo del suo arresto ed è certo che la polizia nazista non è per tale presunta attività che lo arrestò. Ricordiamo al momento del suo arresto che c’era un ammanco di 140 mila lire (equivalenti a circa 5000 Euro di oggi) nella cassa della Questura una cospicua somma di denaro per l’epoca.
A.C. E’ possibile dare un giudizio politico di Palatucci?
M.C. Avendo dedicato vari anni a questa ricerca mi sento di poter escludere che si possa considerare Palatucci un'antifascista. Era un uomo vissuto e maturato nel Regime fascista. Ha fatto la sua carriera all’interno della polizia di Stato, all’interno di un’idea e di un immagine dell’Italia che era quella mussoliniana. Salvo l’ambiente universitario di Torino (che vanta una tradizione liberale e antifascista), non è mai entrato in contatto né ha avuto punti di riferimento con ambienti politici o culturali estranei al Regime. E' un polizioto che fa il suo mestiere.
A.C. Da quanto emerge dalla tua ricerca decade l’unicità di Palatucci come Questore salvatore di ebrei, ridimensionandolo a un ruolo simile a quello di tanti altri che non sono considerati “eroi”.
M.C. Credo che ci siano stati diversi poliziotti e funzionari che abbiano svolto azioni di soccorso e di aiuto agli ebrei, correndo grandi rischi personali, segnalando agli interessati l’imminenza di un arresto e cose del genere. Il Prefetto Del Cornò a Trieste, ha procurato documenti per favorire la fuga di ebrei in Svizzera quando era ancora possibile farlo. Idem per Calogero Pisciotta della Questura di Trieste, finito anch'egli a Dachau. Dunque ci sono stati uomini dell'apparato che hanno fatto “piccole-grandi cose”, che hanno permesso il salvataggio di alcuni individui, ma stiamo sempre parlando al massimo di poche decine, non di alcune migliaia come si è scritto di Palatucci vittime del delirio delle cifre.
A.C. Dunque non è chiaro perché ricordare proprio Palatucci?
M.C. Se Palatucci avesse salvato anche un solo ebreo già varrebbe la pena ricordarlo. Purtroppo nel suo caso il ricordo è stato sommerso dall’enfasi, l’esagerazione, la retorica e la falsificazione. Tutto questo rende oggi quasi impenetrabile la sua reale figura storica.
Come recita il titolo del mio libro, io credo che la memoria dovrebbe essere giusta, ovvero che si dovrebbe riconoscere se ci sono stati, tra le sue azioni, reali gesti di effettivo aiuto agli ebrei. Ma dopo anni di ricerche mi domando: è ancora possibile farlo? C’è una tale nube di retorica, patriottismo straccione, di superstizione da patrono di paese (l’irpino eroico), una tale profusione di cattiva coscienza su di lui, che temo non sia più possibile far riemergere il personaggio reale. Io non escludo che lui abbia potuto intraprendere alcune azioni individuali meritevoli, ma oggi è quasi impossibile dimostrarlo. La macchina celebrativa che è stata montata su di lui è terribile. La macchina, l’apparato messo in piedi attorno alla figura di Palatucci, è un qualcosa di grottesco che, nella maniera più assoluta, non regge di fronte alla più elementare indagine storica.
A.C. Ritieni che la figura di Palatucci possa fare da catalizzatore per un proficuo dialogo tra mondo ebraico e cattolico?
M.C. Chi può schierarsi contro il dialogo? Nessuno. Il dialogo in se è cosa buona, ma è vano se il mezzo usato (la manipolazione della figura di Palatucci) è così grossolano. Il fine legittimo e auspicabile di un dialogo non può basarsi su delle mezze verità e su delle manipolazioni grottesche, o sbaglio?
A.C. Oggi la figura di Palatucci, ad eccezione del tuo libro, vive in un contesto fortemente riabilitativo. Puoi ricostruire la sequenza temporale di questa riscoperta?
M.C. Il percorso del riconoscimento di Palatucci è molto significativo. Nel 1953 in Israele, a Ramat Gan, gli dedicano una strada. Poi nel '55 il fondo Nazionale Ebraico attribuisce ad una foresta il nome di Palatucci a cui fa seguito, in Italia, l'assegnazione della medaglia d’oro da parte delle Unione Comunità Ebraiche Italiane. Dunque il riconoscimento avviene abbastanza presto. Consideriamo che Palatucci, dopo la guerra, è sottoposto a inchiesta come poliziotto che ha collaborato con l’R.S.I. Consideriamo anche che c’è stata l’amnistia di Togliatti nel ‘46. La commissione di epurazione, per quanto riguarda i collaboratori dell’R.S.I., viene chiusa, ma l’inchiesta su Palatucci permane. Quindi su di lui gravano indizi più pesanti.
Ovvero Palatucci rimane “sotto inchiesta”, fino a oltre il 1947. La cosa non è comunque del tutto sciolta. Non è un caso che la polizia di Stato ai primi anni Cinquanta respinge istanze di riconoscimento per Palatucci. Il padre di Palatucci aveva fatto richiesta di un piccolo aiuto economico, di un riconoscimento per il figlio morto a Dachau, ma la Polizia lo nega perché si aggira come un ombra negativa l'ammanco di denaro di cui si diceva, il che getta un cono d'ombra sull’operato di Palatucci.
A.C. Se le cose in Italia erano bloccate perché Israele a proceduto con il primo riconoscimento?
M.C. Questo aspetto meriterebbe un’indagine mirata ed io parlo solo per ipotesi. Credo che si spieghi con la necessità da parte di Israele, di avere un riconoscimento internazionale. In quegli anni Israele offre riconoscimenti a tutti coloro che hanno dato soccorso ad ebrei nei paesi del blocco Occidentale. Israele è un paese appena nato, che passa dalla tutela, pesante, del blocco Sovietico al blocco Occidentale. In questo passaggio delicato, credo che ci fosse la volontà di favorire e attivare collegamenti e relazioni culturali con i paesi del patto Atlantico.
A.C. Ma nel ‘90?
M.C. Nel 1990 Israele lo dichiara Giusto tra le Nazioni.
Contemporaneamente in ambito cattolico, c’è una commissione in atto per la beatificazione.
A.C. Ma questo è un fatto che riguarda la Chiesa, no?
M.C. Direi che la Chiesa e la Polizia da una parte, sommate alla pressione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, siano confluenti. Ritengo che ci sia una sincronia tra le due entità (stato e chiesa) che riescono a trovare la via di un dialogo, di un confronto e di un riavvicinamento su questi temi proprio attraverso la figura di Palatucci. Palatucci offre la possibilità di riscrivere, edulcorandola e manipolandola, la storia delle persecuzioni ebraiche in Italia.
A.C. Cosa stava accadendo in quegli anni che potrebbe spiegare queste convergenze?
M.C. In quegli questi anni siamo nell'ambito del pontificato di Giovanni Paolo II, un pontificato noto anche perché è stato una vera e propria “fabbrica dei santi”. Papa Wojtyla ha fatto più santi durante il suo pontificato di quanti ne siano stati fatti dal Concilio di Trento (1545 -1563) a prima che lui salisse sul soglio pontificio!
A.C. Ci sono state altre beatificazioni che consideri controverse?
M.C. Nel 1998 è' stato beatificato il Cardinale Alojzije Viktor Stepinac, arcivescovo di Zagabria dal 1937 e feroce antisemita durante il regime Ustascià. In questo contesto quella di Papa Giovanni Paolo II è stata una vera e propria operazione di bonifica e revisione della storia. Dunque Stato e Chiesa si muovo di concerto perseguendo finalità politiche culturali. Sono gli anni in cui Wojtyla va alla sinagoga di Roma... Sono passi di grande rilievo politico culturale. In questa direzione un santo poliziotto cattolico che salva gli ebrei è quanto di meglio si possa pensare.
A.C. Cosa voleva ottenere l’Unione Delle Comunità Ebraiche Italiane attraverso il riconoscimento di Palatucci?
M.C. Un dialogo con il mondo cattolico, di per se auspicabile, inoltre la possibilità di affrontare il nodo difficile: il controverso pontificato di Pio XII C’è una commissione, che prevede anche la presenza di autorevoli rabbini, che sta predisponendo la pubblicazione dell’archivio su Pio XII. Il peso del silenzio di Pio XII sulla questione ebraica è di grande rilevanza anche a livello internazionale. Nel 1995 Palatucci ottiene la Medaglia d’oro dalla polizia Italiana. Anche la Polizia di Stato, dopo le perplessità degli anni Cinquanta, cambia radicalmente posizione su Palatucci: è diventato un eroe.
A.C. Prima del tuo libro sono usciti vari altri lavori, come li giudichi?
M.C. Non sono cose serie e non fanno onore a Palatucci. Si tratta di grossolane ricostruzioni agiografiche. Michele Bianco ne ha scritto uno di cui solo il titolo dice tutto: “Un Olocausto nella Shoah.” oppure “Il Questore Giusto” del Gesuita Piersandro Vanzan è un esempio eloquente del tentativo di avviare un processo nel mondo cattolico che vada da Palatucci fino a Pio XII come positivamente impegnato in difesa degli ebrei. Ma l'apologetica cattolica fa il suo mestiere, mi chiedo cosa aspettino gli storici a fare il proprio. Una comunità nazionale che organizza la memoria pubblica in questo mondo, mentre gli storci se ne stanno zitti, è un guaio serio. Quando tace la storia è un brutto segno.